Un passo da fuori sono dentro il perimetro, le mura impregnate di suoni e odore di tempo, i soliti echi in sottofondo. Chiudo la porta, varco subdolo di uno schema mentale. Mi rendo subito conto che la disposizione degli oggetti oh così tremendamente familiare soffoca senso e immaginazione, congela la fluidità del pensiero, cancella la capacità di oltrepassare anche solo teoricamente i limiti segnati dalla linea delle pareti, dal modello per lo più immutabile dello spazio circostante. Eppure guardare gli oggetti con sospetto è sempre possibile. Provo. Fisso i miei libri a lungo: non so chi siano. Mi sposto, la venatura di un sostegno, una cornice insipida, il graffio di un vetro, la grana del muro, lo schermo polveroso di un monitor, oggetti di un viaggio americano, il manico inerte di una borsa, tutto mi afferra instillandomi nuova coscienza del suo esserci. L'effetto è di spalancare una finestra mai esistita.
Le stanze hanno un loro carattere, un significato. Spostando i volumi, eliminando il superfluo, aggiungendo tutto l'inutile indispensabile al flusso cocente dell'anima, sfumando e disgregando il colore della luce, quante possibilità ignorate si delineano.. Eppure il solo fatto di considerarle richiede una tale sfrontatezza. L'intera capacità critica si infrange contro le paratie calcificate dello schema: dai vapori di scarto dello sforzo profuso, anestetico più di un metadone, in pochi istanti riemerge il rassicurante panorama asfittico dei giorni sui giorni. Ci sono dentro. L'ultima cosa che riesco a sentirmi dire è non fidarti, ricordati fuori, il sospetto. L'attimo è trascorso.
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22/03/10
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