19/11/09
18/11/09
In vespa I: Fuga da qui
Dal 1993 ad oggi le cose sono cambiate, ma non troppo.
Sono qui, a Spinaceto, adesso.
Sono qui, a Spinaceto, adesso.
12/11/09
Vagamente definito

Claude Monet, Les Nymphéas, (Les Nuages), 1903
"Che cosa infine mi definisce più strettamente?
Non i miei ricordi precisi – giacché li perdo. Un solo incidente potrebbe riprodurre anni e persone che ho dimenticato. Anche i miei ricordi non distrutti sono alla mercé delle rievocazioni, ossia degli avvenimenti esterni. Io sarei dunque una conseguenza di ogni incidente, sarei tutto fuori di me stesso.
Non i miei sentimenti attuali, troppo presi a prestito – troppo occasionali.
Forse… certe abitudini a lentissima variazione. Le mie facilità e le mie difficoltà. Le mie impossibilità. Le mie possibilità.
E poi qualcosa di vago che emana dai ricordi, un generico vapore di fatto e di non fatto…
Ma questo io è soltanto un risultato… Così come la persona imita prima di essere come sé…"
(Paul Valéry, Quaderni, Vol. IV)
da Il compagno segreto (n.10)
10/11/09
Ciò che resta
Il rimando 324 sconcerta. Nel delirio di note in cui ci si dibatte continuamente è una questione di puntiglio non perdere il senno, e ora anche questo. La nota 324 non esiste e rimanda a una seconda nota 322 (che a leggerla è un delirio per uscire dal delirio, un appello alla logica deduttiva dal centro di un vortice psichico, un vortice molto facile da immaginare anche senza sostanze, ma poi da cosa sarà stato tradotto inabivitalità?). Ricontrollo, 322, 323, 322, 325... Una svista editoriale no, non lo credo, Wallace tenta di sfiancarmi proprio ora che sono quasi alla fine. Mancano ancora più di duecento pagine ma le note sono agli sgoccioli. Mi chiedo come sarà leggere tutto d'un fiato. Se ci penso attentamente già mi sembra di avvertire qui dentro lo sguardo del vuoto.
"Todd, tu devi avere fiducia nella matematica. Come nei compiti di Matematica, laMatematica E. La Logica predicata di primo ordine. Non ti delude mai. Le quantità e i rapporti tra di loro. Gli indici di cambiamento. Le statistiche di Dio o il loro equivalente. Quando tutto il resto ti delude. Quando il masso è scivolato giù fino in fondo. Quando quelli senza testa ti dànno la colpa. Quando non sai che strada prendere. Ti puoi ritirare e riordinare le idee con la matematica, la cui verità è deduttiva. Indipendente dai sensi o dalle emozioni. Il sillogismo. L'identità. Modus Tollens. Transitività. La colonna sonora del paradiso. La luce notturna sulla parete scura della vita. Il libro delle ricette del paradiso. La spirale di idrogeno. Il metano, l'ammoniaca, la H2O. Gli acidi nucleici. A e G. T e C. L'inabivitalità. Caio è mortale. La Matematica non è mortale. E' quello che è: ascolta: è vera. (...) L'assioma. Il lemma. Ascolta: "Se due gruppi diversi di equazioni parametriche rappresentano la stessa curva J, ma la curva è tracciata in direzioni opposte nei due casi, allora i due gruppi di equazioni producono dei valori per una linea integrali su J che sono negativi l'uno verso l'altro". Non dice "Se questo e quello". Non dice "a meno che un agente immobiliare di Boardman Mn con i suoi mocassini Banfi da 400$ non cambi idea". E' sempre così e non cambierà mai. Come quando si mette la a davanti nell'espressione a priori. Un lampo onesto nel nero più nero, caro il mio ToddlePoster. (...) ... Solo che alcune volte come in questo caso, quando hai perso la strada in un bosco fitto, fidati della deduzione astratta. Quando sei in ginocchio, inginocchiati davvero e riverisci il doppio S. Leap come un cavaliere della fede nelle braccia di Peano, Leibniz, Hilbert, L'Hôpital. Ti sentirai portare in alto. Fourier, Gauss, LaPlace, Rickey, Rinato. Mai lasciarsi cadere. Wiener, Reimann, Frege, Green".
(David Foster Wallace, Infinite Jest, Nota 324)
"Todd, tu devi avere fiducia nella matematica. Come nei compiti di Matematica, laMatematica E. La Logica predicata di primo ordine. Non ti delude mai. Le quantità e i rapporti tra di loro. Gli indici di cambiamento. Le statistiche di Dio o il loro equivalente. Quando tutto il resto ti delude. Quando il masso è scivolato giù fino in fondo. Quando quelli senza testa ti dànno la colpa. Quando non sai che strada prendere. Ti puoi ritirare e riordinare le idee con la matematica, la cui verità è deduttiva. Indipendente dai sensi o dalle emozioni. Il sillogismo. L'identità. Modus Tollens. Transitività. La colonna sonora del paradiso. La luce notturna sulla parete scura della vita. Il libro delle ricette del paradiso. La spirale di idrogeno. Il metano, l'ammoniaca, la H2O. Gli acidi nucleici. A e G. T e C. L'inabivitalità. Caio è mortale. La Matematica non è mortale. E' quello che è: ascolta: è vera. (...) L'assioma. Il lemma. Ascolta: "Se due gruppi diversi di equazioni parametriche rappresentano la stessa curva J, ma la curva è tracciata in direzioni opposte nei due casi, allora i due gruppi di equazioni producono dei valori per una linea integrali su J che sono negativi l'uno verso l'altro". Non dice "Se questo e quello". Non dice "a meno che un agente immobiliare di Boardman Mn con i suoi mocassini Banfi da 400$ non cambi idea". E' sempre così e non cambierà mai. Come quando si mette la a davanti nell'espressione a priori. Un lampo onesto nel nero più nero, caro il mio ToddlePoster. (...) ... Solo che alcune volte come in questo caso, quando hai perso la strada in un bosco fitto, fidati della deduzione astratta. Quando sei in ginocchio, inginocchiati davvero e riverisci il doppio S. Leap come un cavaliere della fede nelle braccia di Peano, Leibniz, Hilbert, L'Hôpital. Ti sentirai portare in alto. Fourier, Gauss, LaPlace, Rickey, Rinato. Mai lasciarsi cadere. Wiener, Reimann, Frege, Green".
(David Foster Wallace, Infinite Jest, Nota 324)
09/11/09
La luce giusta

(Brassaï, Couple, 1932)
"Nello scaffale di Maurice avevo trovato sei volumetti di poesie di Verlaine con le sovracoperte illustrate da schizzi tratteggiati a penna e con qualche tocco leggero di colore.
In uno di quei disegni si vedeva il pont au Change: un uomo camminava rasente al parapetto lungo il fiume con l'ombrello aperto, grandi alberi neri sorgevano dalla banchina sottostante nascondendo quasi tutto il ponte del quale apparivano solo due archi, con la grande N in rilievo sopra il pilone. Una carrozza, passato il ponte, traversava il quai de la Corse.
Il secondo disegno offriva la vista d'un altro lungosenna sotto la pioggia, con i cassoni verdastri dei librai chiusi dai loro coperchi di lamiera. Sul fondo si vedeva il Pont-Neuf con la statua equestre di Enrico IV che in lontananza sembrava una formica. Alcuni alberi spogli diramavano nel cielo e in primo piano cammiavano affiancati un uomo e una donna con l'ombrello aperto, spinti dal vento che li prendeva di spalle. La donna aveva una lunga gonna rossa che rifletteva uno sprazzo di colore sul marciapiede bagnato.
Descrissi le due copertine a Valentine (...) Non le dissi che quei due disegni mi avevano aiutato più di lei a capire Parigi, mostrandomi la città nella luce giusta, sotto le piogge invernali, con la Senna incupita a tratti dal vento, i palazzi color piombo tra larghe zone di nero lucido, con sopra squarci di cieli biancheggianti. Nell'abito invernale, un pò luttuoso ma carico, come il corpo di una bella vedova, di segreti splendori, Parigi mi appariva ben disposta a lasciarsi conquistare anche da me, ultimo venuto in quella Mecca alla quale ogni uomo dovrebbe andare pellegrino almeno una volta nella vita."
(Piero Chiara, Il cappotto di astrakan)
In un solo silenzio
Spingersi, scollarsi e poi collassare in un solo silenzio. Equivale a diluire un suono dopo l'altro da un violoncello immaginario, potenziare la vista all'inverosimile, reinventare le fondamenta dello spazio. Il respiro brancola nell'attesa, potrebbe farlo per sempre perdendo di vista l'istinto. Contemplare tanta arte, e bellezza, e in quella pace amniotica, a occhi aperti, lasciarsi annegare.
04/11/09
Salde incertezze
E' nella natura stessa della verità, non rappresentabile come un'entità dai contorni precisi - un oggetto, un'idea - quanto più come un'azione - cercare, pensare, viaggiare, amare, studiare, parlare, guardare - presentare una moltitudine di piani e sfaccettature in superficie, diversi gradi di densità e colore, effetti combinati di trasparenze, sfumature giochi di specchi e rifrazioni, che la rendono non certo polivalente, ma apparentemente inafferrabile.
Eppure resta, intatta, la sua identità, chiaramente percepibile per quanto non visibile lì dove si trova, cuore pulsante al centro di qualche intricato labirinto del pensiero. Come una visione o un miraggio cui ci si affida perchè abbia senso proseguire un cammino difficile, ma della cui esistenza reale non si può essere mai completamente certi.
Eppure resta, intatta, la sua identità, chiaramente percepibile per quanto non visibile lì dove si trova, cuore pulsante al centro di qualche intricato labirinto del pensiero. Come una visione o un miraggio cui ci si affida perchè abbia senso proseguire un cammino difficile, ma della cui esistenza reale non si può essere mai completamente certi.
02/11/09
Dentro le cose
"Mi sono innamorata
delle mie stesse ali d'angelo,
delle mie nari che succhiano la notte,
mi sono innamorata di me
e dei miei tormenti.
Un erpice che scava dentro le cose,
o forse fatta donzella
ho perso le mie sembianze.
Come sei nudo, amore,
nudo e senza difesa:
io sono la vera cetra
che ti colpisce nel petto
e ti da larga resa."
(Alda Merini)
delle mie stesse ali d'angelo,
delle mie nari che succhiano la notte,
mi sono innamorata di me
e dei miei tormenti.
Un erpice che scava dentro le cose,
o forse fatta donzella
ho perso le mie sembianze.
Come sei nudo, amore,
nudo e senza difesa:
io sono la vera cetra
che ti colpisce nel petto
e ti da larga resa."
(Alda Merini)
30/10/09
29/10/09
Profili d'avanguardia

(Lee Miller di Man Ray, 1930 ca.)
>>>La riscoperta di Dada e surrealismo, 9 ottobre 2009 - 7 febbraio 2010 Complesso del Vittoriano, Roma
>>> Il video sulla mostra
27/10/09
Fuori dal soggetto

"(...) L'avvenire è l'altro. La relazione con l'avvenire è la relazione stessa con l'altro. [...] La relazione con altri [autrui] è l'assenza dell'altro (...)"
(Emmanuel Lévinas, Fuori dal soggetto)
>>> akatalēpsía, 1434. L'assenza nell'avvenire presente
Al coperto

Preferisco il buio a un sole come questo. Si arroga il diritto di essere caldo e luminoso e vivo come una presenza. Come un giorno nuovo a cui non mi sono preparata. E' una scelta questa. Aspettare la sera per guardare le luci da un vetro, da un bicchiere, prendere il controllo del tempo.
Seguire il filo di un discorso vivo come carne. Il sole no, non oggi. Oggi sono al coperto. Non lo riconosco.
23/10/09
Disvelare
"Bel fiume! Nel tuo limpido flutto
di lucido cristallo, acqua errabonda,
tu sei emblema d'una fulgente
beltà - cuore non disvelato -
piacevole intrico dell'arte
nella figlia del vecchio Alberto;
ma quando la tua onda ella contempla -
che scintilla allora e tremola,
oh, allora il più leggiadro rivo
si fa simile a colui che l'adora:
chè nel cuore di lui, come nel tuo scorrere,
l'immagine di colei è radicata:
in quel cuore che tremola al raggio
di occhi che cercano l'anima."
(Edgar Allan Poe, Al fiume, 1829)
di lucido cristallo, acqua errabonda,
tu sei emblema d'una fulgente
beltà - cuore non disvelato -
piacevole intrico dell'arte
nella figlia del vecchio Alberto;
ma quando la tua onda ella contempla -
che scintilla allora e tremola,
oh, allora il più leggiadro rivo
si fa simile a colui che l'adora:
chè nel cuore di lui, come nel tuo scorrere,
l'immagine di colei è radicata:
in quel cuore che tremola al raggio
di occhi che cercano l'anima."
(Edgar Allan Poe, Al fiume, 1829)
19/10/09
Cambio di stagione
Devo fare il cambio di stagione. Stamattina ho aperto l'armadio, ho spostato l'anta e mi sono messa a guardare, era questo che facevo, stavo lì a guardare incapace d'altro. Tra camicie e maglie ammassate in disordine c'era qualcosa di nero che non decideva. Sembrava voler restare lì in bilico a gingillarsi nel dubbio se aggrapparsi a una spallina in fuga da una maglietta subito dietro di lei, o lasciarsi cadere. Assurda convivenza di tessuti sullo stesso ripiano, cotone, seta, viscosa, lana, era tutto davvero in disordine. Non sono brava con i cambi di stagione. Mi sono presa il mio tempo affondando gli occhi dentro le fibre tra i pelucchi sotto i fili intrecciati, quasi riuscivo a vedere polvere finissima di colori diversi rimescolarsi in quell'abbraccio di trame mentre nell'angolo di un altro pensiero provavo un piacere elementare alla risposta morbida che avrei ricevuto da un'immersione alla cieca della mano nello scaffale. Avrei scelto lana e seta per questo gioco tattile. C'è molto da fare, questo è solo lo scomparto più maneggiato, ce ne sono altri quattro. Invece mi sono seduta sul letto a guardare, immaginando di soffiare una nuvola dolce e acre di fumo chiaro proprio in faccia alla composizione tessile dopo averla schiacciata e privata di profondità con l'insistenza sfacciata e ottusa della sguardo. Ero imbambolata davanti al dipinto di un armadio aperto, non fumo da secoli eppure per questo cambio di stagione l'avrei fatto. Deve essere stato questo pensiero a sensibilizzarmi all'odore corporeo che usciva dai miei vestiti. Sono tutti lavati, non chiudo nell'armadio cose indossate anche per un solo minuto, allora perchè qui dentro c'è sempre questo miscuglio di fragranze individuali tutte riconducibili ad una sola origine, che mi infastidisco nel riconoscere come la mia impronta digitale olfattiva? Riflettendoci è sempre stato esattamente questo l'odore sprigionato dall'armadio in questione, anche quando due scaffali erano occupati dalle maglie di Andrea. Dovrei chiedere a Mara se anche per lei è lo stesso. Ieri mi ha telefonato. Ed è stata lei a farmi pensare che dovevo fare il cambio di stagione. Certo già sapevo di doverlo fare ma non è questo l'unico caso in cui riesco ad agire soltanto di riflesso. Come se non riuscissi a rendermi realmente conto della necessità di certe azioni periodiche (anche già sperimentate e perfino ovvie) finchè qualcuno non si prende la briga di realizzarle presentandomele esplicitamente come opere compiute i cui vantaggi non sono più solo teorici ma già fruiti e verificati da persone fidate. Ogni volta. Quando il telefono ha squillato credevo fosse Fastweb, chiamano almeno tre volte a settimana, così ho risposto come una tarantola, invece era lei. Mara è una buona amica. Mi cerca sulla posta elettronica o su messenger, mi telefona, è quasi sempre lei a farlo. So che mi ritiene una persona un pò stralunata eccessivamente cervellotica e persa in me stessa. Trovo che abbia ragione è anche per questo che andiamo d'accordo, perchè anche se non sa esattamente come sono nè capisce esattamente perchè lo sono e un pò sarebbe curiosa di saperlo non forza mai le cose e non si lascia irritare da me anche quando dovrebbe: se non sa come prendermi semplicemente non lo fa. Ma dopo un paio di giorni, tre al massimo, torna. Il fatto è che io non so essere diversa da così e i miei sforzi invisibili di risultare socialmente accettabile spesso mi lasciano stremata e questo si vede, ma chi non vede e non sospetta neppure l'esistenza degli sforzi non può avere la minima idea del perchè sia stremata. Mara è tra le pochissime persone che lo intuisce e osserva le mie stanchezze con occhio rassegnato e benevolo. Lei è una persona estremamente riflessiva. Incerta ma salda. Allegra come uno schiaffo contro l'evidenza delle sue tensioni quotidiane. Le sue pressioni le sfoga rigorosamente fuori dalle mura di casa, all'aperto, meglio se nel verde, Quando guarda verso il cielo significa che sta ascoltando o pensando musica, o che proprio non ce la fa più a stare in mezzo a noi e ha trovato la sua personale via d'uscita. Soffro ogni volta che si perde in questi spazi siderali perchè so bene che quando si arriva a non riuscire più a guardare per terra e le cose e le persone intorno è perchè si vorrebbe essere anche fisicamente in quegli spazi siderali, o non esserci affatto, e lo strappo tra il dentro già proiettato oltre l'orbita più lontana che si riesca intellettualmente a concepire, cioè l'incoscienza, e il fuori incatenato a milioni di invisibili animaletti terrosi voraci che ti rosicchiano le carni è talmente violento che il rumore della lacerazione si riesce a percepire distintamente se si ha un orecchio allenato da anni e anni di questi strappi. In quei momenti non le chiedo nulla solo perchè non voglio tormentarla obbligandola a spiegare qualcosa che non c'è modo di rendere in modo veramente chiaro e giustificabile al di fuori di ciascuno di questi strani sacchi epiteliali. E anche perchè c'è sempre qualcuno intorno pronto a quel tipo di ironia esorcizzante che fa ridere solo chi la fa e chi si rifiuta genericamente di pensare o di rispondere ad altro che a quel tipo di ironia. Vorrei avere la lingua come la spada della Sposa, capace di sciabolate tanto taglienti da annientare l'idiozia e la prepotenza in tre parole, ma è un dono che non ho ricevuto alla nascita, e ho paura che non esista un addestramento alla Hanzo per questo. Forse dovrei comunque esercitarmi. Pensandoci bene anche idiozia e prepotenza possono essere esaltati e come addestrati. C'è chi lo fa per mestiere, e c'è chi per mestiere dovrebbe tamponarne le devastazioni e non lo fa.
Mara non è mai aggressiva, è molto calma. E' sempre pronta a fare e ad accogliere proposte nuove per uscite, concerti, mostre, semplici passeggiate. Però poi durante il fine settimana finiamo per fare con poche differenze le cose di sempre, un pò perchè si deve fare i conti con la presenza dei bambini, ma molto più per l'incapacità di trovare un accordo tra gli adulti coinvolti. Così da anni ciclicamente ci proponiamo di fare delle cose da sole giusto per poter dire che ogni tanto ci concediamo poche ore da trascorrere come piace a noi. Di solito i propositi ribelli si stilano la domenica sera dopo l'ennesima giornata a ridere sulla solita domenica. Naturalmente non abbiamo mai fatto niente da sole, però continuiamo a ripetercelo, come fosse una specie di regalo, un pensiero di riconoscenza per le affinità che ci riconosciamo, o semplicemente per ciò che ci piace l'una dell'altra. Non è che ci sia sempre davvero qualcosa o qualcuno che ci impedisce di uscire. Ogni volta l'impressione è che se anche lo facessimo non staremmo bene come per il solo fatto di essercelo promesso. Un meccanismo di rinuncia preventiva tipicamente femminile.
L'odore corporeo secondo me veniva dalla maglietta nera con lo scollo largo, quella che metto sempre sopra la canottiera nera. Infatti ho iniziato la mia cernita da quella. L'ho presa e l'ho accantonata sul letto. Poi la camicia rosa pallido. Altre camicie che non indosso mai, ho appoggiato anche quelle sul letto un pò in disparte, un mucchio indistinto di maglie prendendole insieme. Sciarpe, maglioni. Di tutto. Sul letto, via, rapidamente, sempre più in fretta, ma solo dopo un pò ho realizzato che avevo cominciato a lanciare ogni cosa prima con foga poi anche con rabbia sul letto, contro il muro, per terra. Lo scaffale svuotato mi ha disarmato, dopo un istante di sconcerto sono passata a quello di sopra poi a quello in basso sempre tirando e alla fine ammucchiando tutto nell'angolo più lontano, ho anche colpito la lampada con una gonna di seta, tanto che si è messa a barcollare pericolosamente (la lampada) ma non è caduta, allora ho continuato, il volto in fiamme e il fiato corto. Ho svuotato completamente lo scomparto. Ancora più infuriata per non avere più niente da scaraventare mi sono messa a raccogliere da terra quello che capitava e a lanciarlo fuori dalla stanza, già pronta a brandire la lampada che Andrea non si è mai ripreso, quella con la sua bella asta di legno di ciliegio e il cappello di vetro bianco comprata dal suo amico architetto riccioluto e molto disinvolto e ricercato da vero architetto di viale jonio, quando il telefono ha preso a squillare. Mi sono immobilizzata, fotografata in una posa da arte figurativa d'avanguardia con la splendida lampada sospesa in una mano e il filo elettrico teso allo spasimo pronto a saltare via dalla base di ghisa. La base di ghisa perde dei misteriosi granuli ferrosi e ora ce n'erano un'infinità sparsi sul vetro del comodino e per terra vicino al mio piede sinistro irrigidito. Con i capelli sparpagliati sugli occhi e il sangue in tempesta cercavo di risolvermi a fare qualcosa. Ho cercato di ritrarre lentamente la gamba posteriore facendomi largo tra le maglie sparse sulle piastrelle che ora mi accorgevo quanto fossero gelate, ho appoggiato con delicatezza la lampada sul comodino mentre il telefono continuava a tempestarmi i neuroni di stimoli sonori molto molto efficaci ai fini di un recupero dello stress sano, quello che obbliga a tornare in sè e ad agire in modo consono almeno ai fini di una rimozione immediata degli stimoli stessi, ormai prossimi ad innescare una crisi di diversa natura. Con le mani libere e le gambe recuperate sono balzata sul letto fino a raggiungere il telefono semisommerso da vari capi di abbigliamento. Mi esce un "Pronto..." col fiato spezzato più simile a un rantolo. Silenzio. "Posso sapere chi parla?" Il fiato mi era già magicamente tornato come riflesso nervoso e di sicuro suonava carico di rinnovata aggressività.
- Sono Andrea. Tutto bene? Volevo sapere come stai. Che succede?
- Succede? Niente. Sto facendo il cambio di stagione
- Ah. Bene. Sembri stanca
- Forse. Mai pensato di riprenderti anche questa lampada?
- Quella della camera? Ne ho una, mi basta. Perchè?
- Per i granuli ferrosi, credo
- Quali granuli? Non ti seguo
- Vado, devo finire qui
- Lascia perdere scusa, che lo fai a fare 'sto cambio.
Mi è passata per la testa una frase tipo certo, questo come tutto ciò che non rientra nei "tuoi compiti" è inutile e rimandabile, ed è ovvio che nella tua bella casa nuova non sei tu a doverlo fare, esattamente come non eri tu in questa ma mi sono vergognata di averlo pensato e io stessa non ho trovato la necessità di dire una cosa tanto stupida e odiosa.
- Mi hai letto nel pensiero, lo sai? Lascio perdere tutto. Stammi bene. Ciao.
Chiusa la comunicazione, non trovavo un solo motivo di irritazione dentro di me.
Per una volta ho pensato di chiamare io Mara e proporle di uscire.
- Mara?
- Ciao! Allora? Come stai? Che fai?
- Pensavo di uscire. Ti va?
- Ho Mattia con il mal di gola, non so se è il caso
- Certo, non importa. Sai che facciamo una sera? Ce ne andiamo in birreria a piazza trilussa e poi magari al cinema
- Dai, si, oppure a teatro, sono millenni che non vado a vedere qualcosa
- A chi lo dici. Domani dò uno sguardo agli spettacoli
- D'accordo, poi fammi sapere. Che stavi facendo?
- Io? Niente di speciale per la verità ho appena finito
Ridevo mentre parlavo e camminavo a grandi passi per il corridoio con mucchi di maglie e camicie e altri capi irriconoscibili sotto i piedi e attorcigliati alle caviglie.
- Ho appena fatto il cambio di stagione.
Mara non è mai aggressiva, è molto calma. E' sempre pronta a fare e ad accogliere proposte nuove per uscite, concerti, mostre, semplici passeggiate. Però poi durante il fine settimana finiamo per fare con poche differenze le cose di sempre, un pò perchè si deve fare i conti con la presenza dei bambini, ma molto più per l'incapacità di trovare un accordo tra gli adulti coinvolti. Così da anni ciclicamente ci proponiamo di fare delle cose da sole giusto per poter dire che ogni tanto ci concediamo poche ore da trascorrere come piace a noi. Di solito i propositi ribelli si stilano la domenica sera dopo l'ennesima giornata a ridere sulla solita domenica. Naturalmente non abbiamo mai fatto niente da sole, però continuiamo a ripetercelo, come fosse una specie di regalo, un pensiero di riconoscenza per le affinità che ci riconosciamo, o semplicemente per ciò che ci piace l'una dell'altra. Non è che ci sia sempre davvero qualcosa o qualcuno che ci impedisce di uscire. Ogni volta l'impressione è che se anche lo facessimo non staremmo bene come per il solo fatto di essercelo promesso. Un meccanismo di rinuncia preventiva tipicamente femminile.
L'odore corporeo secondo me veniva dalla maglietta nera con lo scollo largo, quella che metto sempre sopra la canottiera nera. Infatti ho iniziato la mia cernita da quella. L'ho presa e l'ho accantonata sul letto. Poi la camicia rosa pallido. Altre camicie che non indosso mai, ho appoggiato anche quelle sul letto un pò in disparte, un mucchio indistinto di maglie prendendole insieme. Sciarpe, maglioni. Di tutto. Sul letto, via, rapidamente, sempre più in fretta, ma solo dopo un pò ho realizzato che avevo cominciato a lanciare ogni cosa prima con foga poi anche con rabbia sul letto, contro il muro, per terra. Lo scaffale svuotato mi ha disarmato, dopo un istante di sconcerto sono passata a quello di sopra poi a quello in basso sempre tirando e alla fine ammucchiando tutto nell'angolo più lontano, ho anche colpito la lampada con una gonna di seta, tanto che si è messa a barcollare pericolosamente (la lampada) ma non è caduta, allora ho continuato, il volto in fiamme e il fiato corto. Ho svuotato completamente lo scomparto. Ancora più infuriata per non avere più niente da scaraventare mi sono messa a raccogliere da terra quello che capitava e a lanciarlo fuori dalla stanza, già pronta a brandire la lampada che Andrea non si è mai ripreso, quella con la sua bella asta di legno di ciliegio e il cappello di vetro bianco comprata dal suo amico architetto riccioluto e molto disinvolto e ricercato da vero architetto di viale jonio, quando il telefono ha preso a squillare. Mi sono immobilizzata, fotografata in una posa da arte figurativa d'avanguardia con la splendida lampada sospesa in una mano e il filo elettrico teso allo spasimo pronto a saltare via dalla base di ghisa. La base di ghisa perde dei misteriosi granuli ferrosi e ora ce n'erano un'infinità sparsi sul vetro del comodino e per terra vicino al mio piede sinistro irrigidito. Con i capelli sparpagliati sugli occhi e il sangue in tempesta cercavo di risolvermi a fare qualcosa. Ho cercato di ritrarre lentamente la gamba posteriore facendomi largo tra le maglie sparse sulle piastrelle che ora mi accorgevo quanto fossero gelate, ho appoggiato con delicatezza la lampada sul comodino mentre il telefono continuava a tempestarmi i neuroni di stimoli sonori molto molto efficaci ai fini di un recupero dello stress sano, quello che obbliga a tornare in sè e ad agire in modo consono almeno ai fini di una rimozione immediata degli stimoli stessi, ormai prossimi ad innescare una crisi di diversa natura. Con le mani libere e le gambe recuperate sono balzata sul letto fino a raggiungere il telefono semisommerso da vari capi di abbigliamento. Mi esce un "Pronto..." col fiato spezzato più simile a un rantolo. Silenzio. "Posso sapere chi parla?" Il fiato mi era già magicamente tornato come riflesso nervoso e di sicuro suonava carico di rinnovata aggressività.
- Sono Andrea. Tutto bene? Volevo sapere come stai. Che succede?
- Succede? Niente. Sto facendo il cambio di stagione
- Ah. Bene. Sembri stanca
- Forse. Mai pensato di riprenderti anche questa lampada?
- Quella della camera? Ne ho una, mi basta. Perchè?
- Per i granuli ferrosi, credo
- Quali granuli? Non ti seguo
- Vado, devo finire qui
- Lascia perdere scusa, che lo fai a fare 'sto cambio.
Mi è passata per la testa una frase tipo certo, questo come tutto ciò che non rientra nei "tuoi compiti" è inutile e rimandabile, ed è ovvio che nella tua bella casa nuova non sei tu a doverlo fare, esattamente come non eri tu in questa ma mi sono vergognata di averlo pensato e io stessa non ho trovato la necessità di dire una cosa tanto stupida e odiosa.
- Mi hai letto nel pensiero, lo sai? Lascio perdere tutto. Stammi bene. Ciao.
Chiusa la comunicazione, non trovavo un solo motivo di irritazione dentro di me.
Per una volta ho pensato di chiamare io Mara e proporle di uscire.
- Mara?
- Ciao! Allora? Come stai? Che fai?
- Pensavo di uscire. Ti va?
- Ho Mattia con il mal di gola, non so se è il caso
- Certo, non importa. Sai che facciamo una sera? Ce ne andiamo in birreria a piazza trilussa e poi magari al cinema
- Dai, si, oppure a teatro, sono millenni che non vado a vedere qualcosa
- A chi lo dici. Domani dò uno sguardo agli spettacoli
- D'accordo, poi fammi sapere. Che stavi facendo?
- Io? Niente di speciale per la verità ho appena finito
Ridevo mentre parlavo e camminavo a grandi passi per il corridoio con mucchi di maglie e camicie e altri capi irriconoscibili sotto i piedi e attorcigliati alle caviglie.
- Ho appena fatto il cambio di stagione.
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