27/11/11

Although of Course You End Up Becoming Yourself (II)

   Non voglio soffermarmi troppo sull'orrenda traduzione italiana del titolo anche se va detto: il titolo fa schifo come traduzione e fa schifo in assoluto, e la scocciatura di non essermene potuta andare in giro orgogliosa di esibire un volume con David Foster Wallace stampato sopra non sarebbe stata che un'ombra insignificante sull'autentico interesse di poter afferrare tutto il possibile dall'intervista on the road di David Lipsky (che bisogna dirlo, Wallace si era imposto di accettare a costo di un enorme sforzo contro le proprie resistenze, una specie di prezzo da pagare a Little, Brown e al suo editor Michael Pietsch per la pubblicazione di Infinite Jest, fatto di cui evidentemente non riusciva a sentirsi pienamente meritevole, o forse solo perchè incapace di apparire ineducato) - l'opportunità di immaginarlo concentrato in una conversazione a due, o agitarsi prima di un reading con tanto di atteggiamenti facciali, vocali, dialettali, mentali, sociali e corporali, o tutto ciò che di lui non so  far a meno di indagare anche se questo mi fa sentire rapace e non c'entra molto con la letteratura se non in senso ingenuo-adolescenziale, con questa cosa che mi copre di ridicolo e che lo stesso non posso proprio evitare, avendo ormai fatto di lui una specie di icona dell'uomo, dello scrittore e della letteratura postmoderna - di fronte all'imbarazzo provato almeno tre volte in pochi giorni di dover spiegare che non stavo leggendo un manuale di psicologia becera per rafforzare l'autostima, ma la trascrizione di un'intervista fiume a un mito letterario autore di un romanzo di culto, ultima frontiera dell'immaginabile sui meccansimi e sull'evoluzione del mondo contemporaneo, oltre il quale al momento direi che c'è poco o niente.
A parte la postfazione intrisa di sentimentalismo che ho felicemente abbandonato e poi ripreso solo alla fine del volume, una tentazione squallida a cui Lipsky avrebbe dovuto resistere e che Minimum Fax non avrebbe dovuto accettare di pubblicare, la scelta di trascrivere le conversazioni registrate con l'aggiunta di soli appunti di Lipsky appena rielaborati (o rielaborati così bene da farli apparire autentici) è un lavoro riuscito (e se questa possibilità faceva tremare Wallace, convinto che la trascrizione letterale delle sue parole gli avrebbe fatto fare la figura dello stupido, credo che si possano peggiorare le cose di molto aggiungendo o elaborando certi dialoghi, più che lasciando le cose come stanno, soprattutto nel suo caso).
Non tutto in queste conversazioni è soprendente; molte delle cose dette da Wallace a Lipsky e da lui sbobinate le avevo già lette in stralci di interviste rilasciate a Zadie Smith ne La ragazza dai capelli strani, o sono conferme di teorie espresse nei racconti, o in Infinite Jest. Ma il materiale è ricco. I riferimenti più interessanti a Infinite Jest riguardano l'impianto di tutta la costruzione tematica sulla dipendenza dalle sostanze e dall'intrattenimento come metafora di una tendenza generale dell'uomo moderno a dimenticarsi di se stesso attraverso l'illusione della gratifica materiale e della distrazione, utilizzando questo sollievo per chiudere temporaneamente l'abisso di infelicità su cui vive e che si rispalanca davanti ai suoi occhi con la solita puntualità e con in più l'aggravante di dover chiudere una falla di aspettative di gran lunga superiore.
Quello che non smette di stupire veramente di Wallace in fin dei conti è che sia morto e che non avremo più materiale di cui parlare, perchè tutto ciò che si trova in giro scritto su di lui, da lui o da altri sembra essere un'enorme domanda rimasta in sospeso su come dovremmo interpretare l'esistenza, e potendo, riuscire a plasmarla in modo che sia sopportabile.


"... perciò sto facendo questo gioco delicato: non voglio fare lo stronzo, ma non voglio neanche prestarmi a qualunque cosa."

"Tu non sei mica una persona cattiva, ma questa roba mi fa veramente male, mi rende insicuro. Più visibilità ottengo come persona, più questa mi danneggia come scrittore. Ma a questa intervista ho detto sì, per poter dire no senza sentirmi in colpa a un altro paio di cose che sono molto più nocive." 

"Certo, esiste una forma di insicurezza utile. Ma poi c'è l'insicurezza nociva, paralizzante, come una banda di beduini che ti stupra la psiche."

"E come puoi vedere, in fondo non sono uno scrittore eremita, non sto dicendo no a questa cosa, sto solo cercando di farla con la dovuta cautela. Il mio incubo è che possa cominciare a piacermi. E diventare uno di quegli individui orrendi, sai, della serie... « To', un'altra festa per la pubblicazione di un libro, ed ecco Dave che infila la testa nella foto». Preferirei morire. Preferirei morire. Perchè proprio non voglio essere visto in quel modo."

"Non c'è nulla di più grottesco di uno che va in giro a dire: « Sono uno scrittore, sono uno scrittore». E' una linea molto sottile. Non mi dà fastidio comparire su Rolling Stone, ma non voglio comparire su Rolling Stone come uno che non vede l'ora di apparire su Rolling Stone.
E' il tipico balletto postmoderno, di questo si tratta. Quindi la mia preoccupazione è... non è che io abbia tutta questa integrità, in fondo. Perchè quello che mi preoccupa davvero è apparire come il tipo di persona che frequenta certe feste. Ecco, la differenza fra questo ed essere la persona che non vuole frequentarle non mi è molto chiara."

"E poi ovviamente c'è una piccola parte di me a cui questa cosa piace. Ma a quella piccola parte di me non lascio prendere il comando."

"(...) credo che per chi scrive, parte della motivazione stia nel fatto di imporre se stesso e la propria coscienza agli altri. C'è un'arroganza incredibile anche solo nel provare a scrivere qualcosa; figuriamoci nell'aspettarsi che qualcuno paghi dei soldi per leggere quello che hai scritto. "


"(...) nella scrittura ci sono pochissime frasi innocenti."


"Quello che mi piacerebbe da morire sarebbe scrivere un articolo su uno di voi giornalisti che sta scrivendo un articolo su di me. Sarebbe sicuramente troppo postmoderno e lezioso per farlo davvero. Ma sarebbe molto interessante. Sarebbe un modo per riprendere, almeno in parte, il controllo."


"Steve Erickson, Tours of the Black Clock: quello è veramente una bomba. E il primo libro di Bret Ellis, quello mi è sembrato molto, molto potente. Mentre American Psycho... secondo me l'agente e l'editore non gli hanno fatto un buon servizio anche solo a lasciarglielo pubblicare (...)"


"Non sapevo nemmeno che fosse uscito un nuovo libro di Jayne Anne Phillips (...) Mi sono praticamente perso quattro anni di questa roba. E guarda, non mi dispiace non fare più parte di quel mondo. Di fatto, lì in mezzo non c'è altro che invidia, e una buona dose di fuffa, e via dicendo. Però ripeto, non è che io sia moralmente superiore. E' solo che... il male che mi fa sopravanza tutte le belle sensazioni che mi provoca."


"(...) perchè ciò che vendono [gli scrittori] non sono i loro lineamenti, il fisico o lo charme: è più personale, è il loro cervello, il loro essere, e dunque vanno in paranoia come farebbe un'attricetta per il suo naso o il suo girovita. Come faccio a coltivare questa cosa che mi sta facendo guadagnare elogi e soldi? Come faccio a proteggerla ed espanderla? E in fondo, cos'è che piace di me alla gente?"

"Oddio, se il libro passa per una sorta di denuncia contro l'intrattenimento, allora è un fiasco. Parla, come dire, del nostro rapporto con questa cosa. Non vuole essere un romanzo sulla droga, sulla disintossicazione dalla droga. E' solo che la droga funge un pò da metafora per quella sorta di continuum della dipendenza che secondo me sta alla base del nostro modo di relazionarci, come cultura, a tutte le cose viventi."

"Volevo scrivere qualcosa che parlasse a livello molto, molto profondo dell'America. (...) E tutte quelle pagine sugli Alcolisti Anonimi, nel romanzo, erano soprattutto un pretesto per cercare di... in un libro, da Dostoevskij in poi, diciamo, è molto deifficile parlare del rapporto della gente con una qualunque forma di divinità. Insomma, la cultura di oggi sembra che non lo permetta proprio. Mi spiego? No, no. I personaggi realistici e plausibili non se ne stanno lì a parlare di 'sta roba. Mi spiego? Quindi... non lo so. Ma appena comincio a parlarne a voce, subito mi sembra tutto... primo: molto vago. Secondo: molto riduttivo. Invece la questione per me era talmente complicata che ecco, mi ci sono volute 1600 pagine di roba strana e sghemba anche solo per cominciare ad affrontarla. E mi sento stupido, a parlarne."

"E la tensione da nasce il libro è il tentativo di renderlo [l'intrattenimento] al tempo stesso estremamente capace di intrattenere il lettore, ma anche un pò distorto, in modo che gli apra gli occhi su alcuni degli aspetti sinistri dell'intrattenimento." 

"Perchè sulla pagina la roba detta a voce non sembra detta a voce. Sembra solo assurda."

"Per me buona parte dell'esperienza estetica è... è erotica. In una certa misura questo dipende dallo strano tipo di intimità che si crea tra fruitore e autore."

8 commenti:

Anonimo ha detto...

Alcune domande che spero non siano lasciate in sospeso:
1. perché stupirsi della morte di Wallace
2. di materiale di cui parlare, se ci necessita proprio, non ne abbiamo sempre avuto, con o senza wallace ? di quello cioè che gira attorno all'interpretare l'esistenza e ipotizzarne modi accettabili. O comunque materiale che ci permette di farci riflessioni

Ettore Fobo ha detto...

Ti dico la verità: non davo una lira a questo libro, i tuoi post mi hanno fatto cambiare idea. Oltre al titolo non mi piace nemmeno la copertina, troppo pop. Sono molto interessato, in realtà, al rapporto fra un autore di successo e i media. Come ci si difende da Rolling Stone? Come ci si difende dall’invadenza mediatica che vuole possedere anche il respiro del soggetto che celebra? Ho però delle riserve su Wallace, che temo troppo labirintico. Da quale libro mi consiglieresti di partire?

Elena ha detto...

Anonimo
1) Perchè era uno scrittore e non aveva finito di scrivere e si è ucciso mentre lo stava facendo, il che per uno scrittore è inspiegabile
2) Rispondere a una domanda retorica mi imbarazza un pò, forse perchè parlando di letteratura dò per scontate determinate cose, ad esempio che gli scrittori ma forse anche gli artisti nel complesso, da che mondo è mondo parlano tutti della stessa cosa, ma con un linguaggio diverso. Ecco a me mancherà quel linguaggio "shgembo", che mi sembra già da solo una cosa di cui parlare

Elena

Elena ha detto...

Ciao Ettore, non avrei certo letto questo libro se non avessi prima letto altro di Wallace, e concordo, titolo e copertina sono orrendi.
Io ti suggerisco La ragazza dai capelli strani, che nell'edizione di Minimum Fax raccoglie anche stralci di interviste. Sono racconti, significativi e sicuramente più digeribili di Infinite Jest, che labirintico è dire poco..
I temi che ti interessano erano tra le peggiori ossessioni di Wallace.

Grazie, Ettore, a presto

Elena

bamborino ha detto...

Ogni suicidio è un sublime poema di melanconia. Dove potete trovare nell’oceano della letteratura, un libro che si tenga a galla, che possa competere d’ingegno con questo trafiletto: “Ieri, alle quattro, una donna s’è buttata nella Senna dal ponte delle Arti”? (Honoré de Balzac, "Lo zigrino")

Elena ha detto...

Se ogni suicidio è questo, il suicidio di uno scrittore ne è la realizzazione suprema, condanna definitiva del pensiero al silenzio. Morte del poema possibile.

Ettore Fobo ha detto...

Sul suicidio esiste uno splendido romanzo di Pierre Drieu La Rochelle, che s'intitola Fuoco Fatuo, dedicato al poeta morto suicida Jacques Rigaut. Anche La Rochelle sceglierà il suicidio, anni dopo. Nella conclusione del romanzo si capisce che l'idea del suicidio subentra dopo che si è persa aderenza alle cose, alla realtà stessa. Ciao, Elena.

Elena ha detto...

Perdere aderenza alle cose, una scelta precisa, secondo me.
E' un titolo bellissimo.
Grazie, Ettore