19/10/09

Cambio di stagione

Devo fare il cambio di stagione. Stamattina ho aperto l'armadio, ho spostato l'anta e mi sono messa a guardare, era questo che facevo, stavo lì a guardare incapace d'altro. Tra camicie e maglie ammassate in disordine c'era qualcosa di nero che non decideva. Sembrava voler restare lì in bilico a gingillarsi nel dubbio se aggrapparsi a una spallina in fuga da una maglietta subito dietro di lei, o lasciarsi cadere. Assurda convivenza di tessuti sullo stesso ripiano, cotone, seta, viscosa, lana, era tutto davvero in disordine. Non sono brava con i cambi di stagione. Mi sono presa il mio tempo affondando gli occhi dentro le fibre tra i pelucchi sotto i fili intrecciati, quasi riuscivo a vedere polvere finissima di colori diversi rimescolarsi in quell'abbraccio di trame mentre nell'angolo di un altro pensiero provavo un piacere elementare alla risposta morbida che avrei ricevuto da un'immersione alla cieca della mano nello scaffale. Avrei scelto lana e seta per questo gioco tattile. C'è molto da fare, questo è solo lo scomparto più maneggiato, ce ne sono altri quattro. Invece mi sono seduta sul letto a guardare, immaginando di soffiare una nuvola dolce e acre di fumo chiaro proprio in faccia alla composizione tessile dopo averla schiacciata e privata di profondità con l'insistenza sfacciata e ottusa della sguardo. Ero imbambolata davanti al dipinto di un armadio aperto, non fumo da secoli eppure per questo cambio di stagione l'avrei fatto. Deve essere stato questo pensiero a sensibilizzarmi all'odore corporeo che usciva dai miei vestiti. Sono tutti lavati, non chiudo nell'armadio cose indossate anche per un solo minuto, allora perchè qui dentro c'è sempre questo miscuglio di fragranze individuali tutte riconducibili ad una sola origine, che mi infastidisco nel riconoscere come la mia impronta digitale olfattiva? Riflettendoci è sempre stato esattamente questo l'odore sprigionato dall'armadio in questione, anche quando due scaffali erano occupati dalle maglie di Andrea. Dovrei chiedere a Mara se anche per lei è lo stesso. Ieri mi ha telefonato. Ed è stata lei a farmi pensare che dovevo fare il cambio di stagione. Certo già sapevo di doverlo fare ma non è questo l'unico caso in cui riesco ad agire soltanto di riflesso. Come se non riuscissi a rendermi realmente conto della necessità di certe azioni periodiche (anche già sperimentate e perfino ovvie) finchè qualcuno non si prende la briga di realizzarle presentandomele esplicitamente come opere compiute i cui vantaggi non sono più solo teorici ma già fruiti e verificati da persone fidate. Ogni volta. Quando il telefono ha squillato credevo fosse Fastweb, chiamano almeno tre volte a settimana, così ho risposto come una tarantola, invece era lei. Mara è una buona amica. Mi cerca sulla posta elettronica o su messenger, mi telefona, è quasi sempre lei a farlo. So che mi ritiene una persona un pò stralunata eccessivamente cervellotica e persa in me stessa. Trovo che abbia ragione è anche per questo che andiamo d'accordo, perchè anche se non sa esattamente come sono nè capisce esattamente perchè lo sono e un pò sarebbe curiosa di saperlo non forza mai le cose e non si lascia irritare da me anche quando dovrebbe: se non sa come prendermi semplicemente non lo fa. Ma dopo un paio di giorni, tre al massimo, torna. Il fatto è che io non so essere diversa da così e i miei sforzi invisibili di risultare socialmente accettabile spesso mi lasciano stremata e questo si vede, ma chi non vede e non sospetta neppure l'esistenza degli sforzi non può avere la minima idea del perchè sia stremata. Mara è tra le pochissime persone che lo intuisce e osserva le mie stanchezze con occhio rassegnato e benevolo. Lei è una persona estremamente riflessiva. Incerta ma salda. Allegra come uno schiaffo contro l'evidenza delle sue tensioni quotidiane. Le sue pressioni le sfoga rigorosamente fuori dalle mura di casa, all'aperto, meglio se nel verde, Quando guarda verso il cielo significa che sta ascoltando o pensando musica, o che proprio non ce la fa più a stare in mezzo a noi e ha trovato la sua personale via d'uscita. Soffro ogni volta che si perde in questi spazi siderali perchè so bene che quando si arriva a non riuscire più a guardare per terra e le cose e le persone intorno è perchè si vorrebbe essere anche fisicamente in quegli spazi siderali, o non esserci affatto, e lo strappo tra il dentro già proiettato oltre l'orbita più lontana che si riesca intellettualmente a concepire, cioè l'incoscienza, e il fuori incatenato a milioni di invisibili animaletti terrosi voraci che ti rosicchiano le carni è talmente violento che il rumore della lacerazione si riesce a percepire distintamente se si ha un orecchio allenato da anni e anni di questi strappi. In quei momenti non le chiedo nulla solo perchè non voglio tormentarla obbligandola a spiegare qualcosa che non c'è modo di rendere in modo veramente chiaro e giustificabile al di fuori di ciascuno di questi strani sacchi epiteliali. E anche perchè c'è sempre qualcuno intorno pronto a quel tipo di ironia esorcizzante che fa ridere solo chi la fa e chi si rifiuta genericamente di pensare o di rispondere ad altro che a quel tipo di ironia. Vorrei avere la lingua come la spada della Sposa, capace di sciabolate tanto taglienti da annientare l'idiozia e la prepotenza in tre parole, ma è un dono che non ho ricevuto alla nascita, e ho paura che non esista un addestramento alla Hanzo per questo. Forse dovrei comunque esercitarmi. Pensandoci bene anche idiozia e prepotenza possono essere esaltati e come addestrati. C'è chi lo fa per mestiere, e c'è chi per mestiere dovrebbe tamponarne le devastazioni e non lo fa.
Mara non è mai aggressiva, è molto calma. E' sempre pronta a fare e ad accogliere proposte nuove per uscite, concerti, mostre, semplici passeggiate. Però poi durante il fine settimana finiamo per fare con poche differenze le cose di sempre, un pò perchè si deve fare i conti con la presenza dei bambini, ma molto più per l'incapacità di trovare un accordo tra gli adulti coinvolti. Così da anni ciclicamente ci proponiamo di fare delle cose da sole giusto per poter dire che ogni tanto ci concediamo poche ore da trascorrere come piace a noi. Di solito i propositi ribelli si stilano la domenica sera dopo l'ennesima giornata a ridere sulla solita domenica. Naturalmente non abbiamo mai fatto niente da sole, però continuiamo a ripetercelo, come fosse una specie di regalo, un pensiero di riconoscenza per le affinità che ci riconosciamo, o semplicemente per ciò che ci piace l'una dell'altra. Non è che ci sia sempre davvero qualcosa o qualcuno che ci impedisce di uscire. Ogni volta l'impressione è che se anche lo facessimo non staremmo bene come per il solo fatto di essercelo promesso. Un meccanismo di rinuncia preventiva tipicamente femminile.
L'odore corporeo secondo me veniva dalla maglietta nera con lo scollo largo, quella che metto sempre sopra la canottiera nera. Infatti ho iniziato la mia cernita da quella. L'ho presa e l'ho accantonata sul letto. Poi la camicia rosa pallido. Altre camicie che non indosso mai, ho appoggiato anche quelle sul letto un pò in disparte, un mucchio indistinto di maglie prendendole insieme. Sciarpe, maglioni. Di tutto. Sul letto, via, rapidamente, sempre più in fretta, ma solo dopo un pò ho realizzato che avevo cominciato a lanciare ogni cosa prima con foga poi anche con rabbia sul letto, contro il muro, per terra. Lo scaffale svuotato mi ha disarmato, dopo un istante di sconcerto sono passata a quello di sopra poi a quello in basso sempre tirando e alla fine ammucchiando tutto nell'angolo più lontano, ho anche colpito la lampada con una gonna di seta, tanto che si è messa a barcollare pericolosamente (la lampada) ma non è caduta, allora ho continuato, il volto in fiamme e il fiato corto. Ho svuotato completamente lo scomparto. Ancora più infuriata per non avere più niente da scaraventare mi sono messa a raccogliere da terra quello che capitava e a lanciarlo fuori dalla stanza, già pronta a brandire la lampada che Andrea non si è mai ripreso, quella con la sua bella asta di legno di ciliegio e il cappello di vetro bianco comprata dal suo amico architetto riccioluto e molto disinvolto e ricercato da vero architetto di viale jonio, quando il telefono ha preso a squillare. Mi sono immobilizzata, fotografata in una posa da arte figurativa d'avanguardia con la splendida lampada sospesa in una mano e il filo elettrico teso allo spasimo pronto a saltare via dalla base di ghisa. La base di ghisa perde dei misteriosi granuli ferrosi e ora ce n'erano un'infinità sparsi sul vetro del comodino e per terra vicino al mio piede sinistro irrigidito. Con i capelli sparpagliati sugli occhi e il sangue in tempesta cercavo di risolvermi a fare qualcosa. Ho cercato di ritrarre lentamente la gamba posteriore facendomi largo tra le maglie sparse sulle piastrelle che ora mi accorgevo quanto fossero gelate, ho appoggiato con delicatezza la lampada sul comodino mentre il telefono continuava a tempestarmi i neuroni di stimoli sonori molto molto efficaci ai fini di un recupero dello stress sano, quello che obbliga a tornare in sè e ad agire in modo consono almeno ai fini di una rimozione immediata degli stimoli stessi, ormai prossimi ad innescare una crisi di diversa natura. Con le mani libere e le gambe recuperate sono balzata sul letto fino a raggiungere il telefono semisommerso da vari capi di abbigliamento. Mi esce un "Pronto..." col fiato spezzato più simile a un rantolo. Silenzio. "Posso sapere chi parla?" Il fiato mi era già magicamente tornato come riflesso nervoso e di sicuro suonava carico di rinnovata aggressività.
- Sono Andrea. Tutto bene? Volevo sapere come stai. Che succede?
- Succede? Niente. Sto facendo il cambio di stagione
- Ah. Bene. Sembri stanca
- Forse. Mai pensato di riprenderti anche questa lampada?
- Quella della camera? Ne ho una, mi basta. Perchè?
- Per i granuli ferrosi, credo
- Quali granuli? Non ti seguo
- Vado, devo finire qui
- Lascia perdere scusa, che lo fai a fare 'sto cambio.
Mi è passata per la testa una frase tipo certo, questo come tutto ciò che non rientra nei "tuoi compiti" è inutile e rimandabile, ed è ovvio che nella tua bella casa nuova non sei tu a doverlo fare, esattamente come non eri tu in questa ma mi sono vergognata di averlo pensato e io stessa non ho trovato la necessità di dire una cosa tanto stupida e odiosa.
- Mi hai letto nel pensiero, lo sai? Lascio perdere tutto. Stammi bene. Ciao.
Chiusa la comunicazione, non trovavo un solo motivo di irritazione dentro di me.
Per una volta ho pensato di chiamare io Mara e proporle di uscire.
- Mara?
- Ciao! Allora? Come stai? Che fai?
- Pensavo di uscire. Ti va?
- Ho Mattia con il mal di gola, non so se è il caso
- Certo, non importa. Sai che facciamo una sera? Ce ne andiamo in birreria a piazza trilussa e poi magari al cinema
- Dai, si, oppure a teatro, sono millenni che non vado a vedere qualcosa
- A chi lo dici. Domani dò uno sguardo agli spettacoli
- D'accordo, poi fammi sapere. Che stavi facendo?
- Io? Niente di speciale per la verità ho appena finito
Ridevo mentre parlavo e camminavo a grandi passi per il corridoio con mucchi di maglie e camicie e altri capi irriconoscibili sotto i piedi e attorcigliati alle caviglie.
- Ho appena fatto il cambio di stagione.

10 commenti:

gaz ha detto...

...sono arrivata fino in fondo, senza fiato!!!

O'Keeffe ha detto...

e la stagione cambia anche un pò noi

Gioacchino ha detto...

Ci sono due forme di mistero in questo racconto, e in generale nel modo in cui le persone entrano in contatto con se stesse. Quello che riguarda noi stessi e che noi stessi alimentiamo appiccicandoci a dosso brandelli di impressioni e desideri da esplorare, creando un collage dal quale a volte emergono pezzi singoli di coscienza che reclamano il controllo, che smaniano per ottenere attenzioni; e poi ci sono quelle schegge impazzite che sono gli altri esseri umani che a tratti si sforzano di apparire del tutto simili a noi e un attimo dopo reclamano la propria individualità lasciando nel distacco un baratro che noi a volte ci sentiamo in obbligo di riempire per dimostrare la veridicità o l'errore di quell'assunto che sta alla base di ogni distacco: la diversità degli esseri umani, anche e soprattutto quando si amano. Ciò che mi piace particolarmente del tuo racconto è che tu hai saputo esprimere tutte queste tensioni non solo attraverso situazioni simbolicamente pertinenti, ma anche facendo luce sul ruolo che il tempo gioca quando dobbiamo orientarci verso una o l'altra direzione. Credo che la protagonista abbia preferito non farsi ingoiare dal caotico antro dei doveri (e subdolamente anche del rancore), ma piuttosto si sia risolta a diluire le proprie piccole mancanze quotidiane nel ciclico ripetersi di promesse e rinvii, rendendo così possibili cambiamenti inaspettati, non dipendenti da questa o quella stagione, liberi.

Gioacchino

alessandra ha detto...

mi piace il tuo blog e mi piace come scrivi... sarà che anch'io sono una gran lettrice... e Bacon l'ho visto in mostra a Milano lo scorso anno... e Infine Jest me lo hanno appena regalato... e sarà sarà che tornerò a trovarti...
un saluto,
alessandra

ivy ha detto...

ehm... ma l'immagine che hai scelto rappresenta la tua foga mentre rovisti nell'armadio?

leggendo ti vedevo proprio :P

Elena ha detto...

Ciao gaz, sei arrivata fino in fondo, questa è gia una gran cosa per me, grazie davvero
A presto

O'Keeffe io comincio a credere che sia ciò che decidiamo di modificare della realtà a "cambiarci", ma forse sarebbe meglio dire a rivelarci, più del tempo e delle stagioni.

Ciao Gioacchino. Ho giocato con l'incomunicabilità delle proprie ossessioni delle nevrosi e degli smarrimenti che sembrano renderci simili ad altri esseri umani per brevi cellule di tempo e di affinità, ma subito dopo anche perdutamente lontani, e volevo che tutto questo fosse in qualche modo risolto senza cadere nelle consuete trappole della nostalgia o della solitudine. Volevo che saltasse fuori da una piccola pagina il senso della determinazione ad affermare sè stessi distaccandosi dalla tentazione di un sentimento di rivalsa verso qualcuno o in generale verso l'insoddisfazione per la propria vita. Ma la risoluzione finale mi è molto più chiara ora dopo la tua lettura, e per questo come già in altre occasioni, devo dirti grazie.

Ciao Alessandra, hai visto Bacon? Spero di andarci presto anch'io, e per Infinite Jest dovrai armarti di grande pazienza, ma ne vale la pena. Ciao a presto allora.

Per la verità Ivy sono io mentre trancio l'arroganza. Comunque si, anch'io mi sono vista scrivendolo, per questo mi sono divertita..
Ciao

Elena

Adriana ha detto...

Mentre leggo questo racconto esilarante mi sembra quasi di riconoscervi dei personaggi familiari, la tua descrizione e' incredibilmente nitida e penetrante, da lasciarmi incredula.

Mi e' piaciuto molto.

Un bacio

Adriana

Elena ha detto...

Ciao Adriana, se ti è sembrato di riconoscere qualcuno, allora deve essere proprio così.. Sono contenta che ti sia piaciuto, è stato divertente anche per me pensarlo
Un abbraccio
Elena

Amfortas ha detto...

Sai che m'è piaciuto molto questo tuo racconto? Anche perché la misura dei racconti, in generale, è sempre molto difficile da calibrare, si rischia spesso di essere prolissi o troppo sintetici.
Qui invece c'è molto equilibrio e ti rinnovo i complimenti.
Una considerazione generale, che non c'entra (o forse sì) col contesto: sei molto cambiata, da quando ho cominciato a leggerti.
Ciao!

Elena ha detto...

Ciao Amfortas, sono contenta che il racconto sia piaciuto. La misura è importante specialmente per un racconto che verrà letto su un monitor.
E sul cambiamento, si, credo che tua abbia ragione.
Ciao
Elena