23/03/09

Tracce

Sono nata in una città del Nord, dove tutti i colori si stemperano nella bruma e in un metallico grigiore industriale, lì la vita la puoi guardare nel fumo pallido dei respiri, e il vento gelido risveglia energia e chiarisce i pensieri. Mi ricordo quando accovacciata su un muretto mi stringevo nel tepore di un maglione e da un'altura poco nota mi perdevo tra le luci limpide e i bagliori arancio della sera. Restavo, incerta e confusa tra il richiamo di un ricordo e l'ebbrezza di un nuovo sogno. Due cose che ho sempre tentato di intrecciare, quasi mi fosse impossibile inventare un vero strappo di tempo, concepire una felicità futura che non avesse almeno un esile profumo di già vissuto, una punta di vaghezza languida, anche fosse per un pensiero formulato da un minuto appena, o per un qualsiasi gesto, soltanto per il fatto di averlo già compiuto. Il freddo da allora mi appartiene e sa di opportunità svanite e ritorni senza fine.
Accade però che come una melodia araba si insinua in voluttuose e misteriose risonanze nel mio sangue, mi ricorda le terre di Ǧidda, quando cantavo protetta al mondo dalle mie sete e i miei broccati. Potevo soltanto abbandonarmi alla musica , e nessun altro potere avevo se non desiderare, e trovare ogni mia volontà silenziosamente esaudita. Percorrevo strade di terra coperta da veli, e presto rientravo tra profumate frescure, e mai ebbi felicità dal conquistare o perseguire sogni o libertà. Per questo non fu storia durevole. Quelle antiche melodie però sanno ancora oggi indurmi all'obbedienza, eterna schiava di un incanto.
Tanti mi hanno saputa eccentrica e vagabonda per torride strade andaluse, vestita di abiti ampi e colori sgargianti, con l'unica certezza di non avere alcuna vera convinzione o progetto preciso. Parlavo idiomi incomprensibili e gioivo nel comprenderne altri, scambiando risate e notizie con persone mai viste. Sbagliando, confusi a quel tempo incertezza e libertà, cadendo poi in tranelli ben più grandi che distrussero i miei sogni. Ho creduto di amare un ragazzo dai capelli di cenere e la fronte pallida, la sera del falò sulla spiaggia. Quando cantammo poggiò la testa sulle mie gambe come un bambino stanco, e io gli scostai le ciocche sudate dal volto, carezzai la sua bocca, le sopracciglia, i suoi occhi di mare sospesi nei miei. Gridai di dolore quando partimmo, per aver compreso senza saperlo che non era l'amore che stavo lasciando, ma la mia giovinezza. Ricordo il suo nome e il suo strano dialetto straniero. Da quel giorno ho preferito restare lontana dal mare e dai respiri di sale.
Non potrei giurarlo eppure ricordo di aver sorvolato senza alcuna paura enormi distese di terra rossa su un piccolo aereo, segretamente angosciata dal non riuscire a vedere una fine e neanche un principio, e di aver fotografato un vulcano e un colibrì da molto vicino. Mille altre frammenti si perdono in strade, visioni, persone, dialoghi e danze. Ho preteso risposte senza fare domande e di certo non ho ancora finito di spargere tracce.

4 commenti:

Davide ha detto...

Bellissimo!
Sarà la stanchezza od il ricordo di un tramonto.

Io non ci faccio quasi più caso, ma talvolta il mare riporta ancora ricordi lontani.

Ma davvero riusciamo ad emanciparci dalla malinconia insita in noi?

Buona notte Elena.
A presto.

Ciao

Davide

Elena ha detto...

No non credo...
Ma può essere incanalata la malinconia, verso terre adatte ad assorbirla, plasmata insieme ad altre cose, si può farne materia viva
ciao Davide
(e grazie)
:)

Amfortas ha detto...

Trasformare in energia positiva la malinconia è difficile, ma ci si può provare.
L'importante è non pensare che sia l'unica vena creativa, anche le strade della felicità sono un ottimo viatico per l'artista :-)
Ciao.

Elena ha detto...

Certo che si, mi viene in mente un Pennac che se non con la felicità con l'ironia ha scritto cose bellissime. Alla fine penso sia questione di temperamento personale, e anche di momenti. In effetti per quanto mi riguarda ho bisogno di entrambe le cose.
Ciao!
:-)